Il sottosistema dei fratelli è un “primo laboratorio sociale” dove i bambini imparano a cooperare, negoziare e competere, trasferendo poi all’esterno ciò che hanno appreso all’interno della fratria, influenzando e venendo influenzati dal contesto sociale. Come evidenziato dal pioniere della terapia familiare Minuchin (1976), i fratelli, infatti, sono costantemente coinvolti in processi di negoziazione, che riguardano anche temi di competizione. Questi allenamenti nelle dinamiche di confronto costituiscono la base per potersi approcciarealle differenze e all’individualità rappresentata dagli altri, nonché una preparazione alla vita adulta. In un rapporto fraterno sano, la collaborazione è un processo naturale, che aiuta i bambini a superare il proprio egocentrismo, a considerare il punto di vista degli altri e a diventare di supporto quando il fratello è in difficoltà. Questi strumenti si rivelano essenziali nelle relazioni future, specialmente quando ci si trova a interagire con altri individui e a risolvere conflitti.
Rispetto al rapporto con i genitori, quando il legame fraterno è strutturato in modo sano, svolge la funzione di delineare un confine rispetto al sottosistema genitoriale, diventando una sorta di “radici orizzontali” della famiglia. Tuttavia, il legame tra fratelli contiene una serie di complessità che li vedono contemporaneamente alleati e rivali: da una parte possono appunto allearsi in opposizione al sottosistema genitoriale, mentre dall’altra possono essere rivali nell’affermazione dell’amore e dell’attenzione dei genitori, in un marasma di emozioni, talvolta ambivalenti, che accompagna l’essere fratelli e figli.
In questo contesto, i genitori assumono un compito delicato: quello di costruire un rapporto unico con ciascun figlio, riconoscendo e valorizzando la sua unicità, riconoscendo quindi la particolarità della relazione stessa con ciascun figlio. Questo consente ai figli di sentirsi amati e accettati per ciò che sono, favorendo la loro crescita emotiva e psicologica. Tuttavia, in famiglie con dinamiche rigide o patologiche, il sistema familiare può irrigidirsi intorno a dei ruoli che vengono assegnati ai suoi componenti. E spesso al figlio o ad uno dei figli può toccare il ruolo di paziente designato, osservato in ambito terapeutico e che limita enormemente la libertà di movimento del figlio in questione, ma anche di coloro che apparentemente non presentano difficoltà. In questi casi, il legame fraterno risente della rigidità dei ruoli assegnati, impedendo una relazione sana e aperta. In questo scenario, infatti, ogni figlio finisce per identificarsi esclusivamente nel ruolo che gli è stato imposto, come una profezia che si autoavvera, e ciò impedisce la creazione di un legame fraterno ricco e dinamico.
In questi casi, la terapia familiare può aiutare a ristabilire un rapporto fraterno più equilibrato, aperto e sano, consentendo ai fratelli di sviluppare una relazione che favorisca il loro benessere psicologico e sociale nel lungo periodo.
Camilla Esposito
Psicologa APS Newid